Gli Stati Uniti cambiano rotta e l'Europa deve riunire le sue 27 piccole industrie della difesa in una sola, in cui ci sia posto anche per le microimprese e le startup.
Molte invenzioni decisive sono nate in tempo di guerra, perciò quest’autunno vedo per l’Europa non solo una minaccia ma un’occasione che non tornerà presto. Gli Stati Uniti hanno cambiato rotta: il presidente Trump ha concesso un’esenzione alle sanzioni contro la Russia poco prima che scattassero, ha annunciato acquisti di diesel russo e una «tregua energetica» di cui Kiev ha saputo dai notiziari, e ha chiesto di nuovo la sostituzione di Zelensky. L’UE ha risposto il 12 ottobre con la lista di sanzioni più ampia di sempre: quasi 1.600 persone ed enti legati all’industria bellica russa. Il commissario alla Difesa Andrius Kubilius ha detto che UE e Ucraina devono valutare una propria strategia di pace. L’Europa è stata l’unico finanziatore serio dell’Ucraina, e ora tocca a lei.
Guardiamo ai precedenti. Radar e guerra elettronica si svilupparono nella Seconda guerra mondiale, anche nel Radio Research Lab di Harvard. I primi computer, Colossus ed ENIAC, nacquero per la guerra. Il motore a reazione maturò negli stessi anni, e la penicillina entrò in produzione di massa perché il fronte ne aveva bisogno. Più tardi i fondi militari americani generarono la DARPA, la sua rete ARPANET, antenata di internet, e il GPS. Non dico che tutto ciò che conta nasca in guerra: dico che crisi, commessa chiara e denaro sufficiente, messi insieme, sono un motore di invenzioni di rara efficacia. Nemmeno la Silicon Valley è nata soltanto da qualche garage e dal sole della California: è nata quando Frederick Terman, a Stanford, collegò università, ricerca bellica sul radar e commesse della Guerra fredda alle imprese e alle giovani startup. La Silicon Valley è per me la metafora del risultato, non il fine. Il fine è che l’Europa impari a collegare allo stesso modo ricerca, commesse e imprese.
Finora l’Europa ha fatto il contrario. Abbiamo 27 sistemi di acquisto separati che finanziano progetti sovrapposti. Il caccia FCAS si è arenato e la cooperazione sui carri armati procede a singhiozzo. Capisco il perché: ogni governo vuole tutelare i propri posti di lavoro e la propria sicurezza degli approvvigionamenti, obiettivo di per sé legittimo. Il risultato è che nessuno ottiene serie abbastanza lunghe né commesse abbastanza grandi. Ventisette piccole industrie della difesa non fanno una Silicon Valley, ma una sola industria comune potrebbe. Non è ideologia, è il calcolo di un ingegnere. Gli stessi soldi, con requisiti comuni e un unico portafoglio ordini, producono più capacità degli stessi soldi spezzettati in 27 parti che non combaciano. È questo che intendo per un’Europa più forte e più unita: non più regole, ma meno duplicazioni e più commesse congiunte.
La frammentazione non pesa solo sui grandi produttori. Per un piccolo subfornitore significa che un’omologazione valida in un Paese non vale per forza in quello accanto, e in ogni nuovo Paese le autorizzazioni vanno richieste da capo. Requisiti comuni e commesse comuni sarebbero per una piccola impresa un sollievo maggiore di qualsiasi incentivo.
La buona notizia: la rotta sta già cambiando. La Germania consegna all’Ucraina dieci batterie Patriot. Francia e Italia forniranno missili Aster 30 entro fine ottobre e sistemi SAMP/T nel 2027, l’anno in cui dovrebbe partire anche lo stabilimento europeo dei Patriot. UE e Ucraina hanno concordato di accelerare la produzione di droni e di creare joint venture in cui l’esperienza ucraina sul campo e la capacità industriale europea si uniscono nelle stesse società. È il collegamento che Terman fece in California: bisogno, commessa e produttore allo stesso tavolo. Solo che oggi a quel tavolo siede un intero continente, e con lui un Paese che ha l’esperienza di combattimento più recente al mondo.
Che cosa significa per un microimprenditore che non ha mai venduto nulla a un esercito? Più di quanto pensi. La difesa cresce non solo nelle grandi fabbriche ma nelle filiere dual use, dove la stessa tecnologia serve usi civili e militari: visione artificiale, batterie, compositi, radiotecnica, software, logistica, formazione. Sul campo il drone è un bene di consumo, e componenti, software e manutenzione li fanno imprese normali. Con il boom dell’intelligenza artificiale, un’azienda di tre persone che fa visione artificiale e analisi dei dati vale in questa filiera quanto un grande gruppo, purché lavori alle condizioni della catena di fornitura. Le prime sono fiducia e velocità: il committente vuole prove concrete che consegni ciò che prometti, quando lo prometti. Ne fa parte la sicurezza informatica, che comincia dai diritti di accesso: chi vede i disegni del cliente, da quale dispositivo e da dove.
Per questo consiglio tre cose già questa settimana. Primo: elenca che cosa, nel tuo prodotto o nelle tue competenze, è a duplice uso, e scrivilo nel linguaggio di chi compra. Secondo: iscriviti alla federazione della difesa del tuo Paese, in Italia l’AIAD, e ai portali fornitori dei grandi produttori europei, segui i bandi del Fondo europeo per la difesa e vai alle giornate dell’industria, perché i subfornitori si cercano adesso, non l’anno prossimo. Terzo: costruisci una riserva di cassa adeguata, perché gli appalti pubblici pagano tardi, le certificazioni si pagano prima che la prima commessa porti soldi e le banche sono in pieno riassetto. Se la tua attività attuale non si piega a tutto questo, ricorda che l’imprenditore è libero di cambiare direzione. Molte invenzioni decisive sono nate in tempo di guerra, e la prossima può nascere nella tua officina, purché l’Europa faccia la sua parte e unisca le forze.

Ventisette piccole industrie della difesa non fanno una Silicon Valley, ma una sola industria comune potrebbe.
Non è ideologia, è il calcolo di un ingegnere.
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