La prossima legge di bilancio deciderà quante risorse restano alle microimprese italiane dopo le richieste di maggiori fondi sanitari delle Regioni.
La legge di bilancio che il governo sta costruendo in queste settimane si gioca anche sulla pelle delle microimprese italiane, anche se nessuno lo dice apertamente. Le Regioni hanno rilanciato le proprie richieste di maggiori risorse per la sanità, e ogni euro destinato a coprire quella voce è un euro che non può più finanziare un taglio del cuneo fiscale, una proroga del regime forfettario o una semplificazione degli adempimenti che da anni pesano su partite IVA e piccole società. La legge di bilancio non è un esercizio contabile neutro: è una scelta di priorità, e quando il piatto è lo stesso di sempre mentre le richieste di sanità crescono, a perdere posto nella coda sono quasi sempre le misure più piccole, meno visibili, meno capaci di mobilitare un consenso immediato, cioè quelle che riguardano chi ha un’impresa con pochi dipendenti o nessuno.
Non è un allarme ideologico contro la sanità pubblica, che resta un pilastro necessario e va finanziata. È un richiamo alla responsabilità opposta: ogni manovra che si limita a tappare i buchi di bilancio della sanità senza toccare la pressione fiscale sulle piccole imprese lascia intatto un problema strutturale. L’Italia ha un cuneo fiscale che resta tra i più pesanti d’Europa e un apparato di adempimenti che costringe un piccolo imprenditore a dedicare giornate intere a scadenze, dichiarazioni e comunicazioni invece che a clienti e prodotti. Se la prossima legge di bilancio non riduce questo carico, lo status quo non è neutro: è un freno silenzioso alla crescita di chi oggi fattura poco ma potrebbe fatturare di più.
Il contesto in cui arriva questa manovra non aiuta. Molti settori sono già dentro una guerra dei prezzi tra microimprese italiane che ha eroso i margini prima ancora che arrivasse qualsiasi intervento fiscale: scontare per restare competitivi, poi scoprire che il margine residuo serve a pagare l’ennesimo adempimento, è la combinazione che spinge molti piccoli imprenditori a chiedersi se non fosse più semplice tornare a fare i dipendenti. È un errore di prospettiva che abbiamo già segnalato: la mentalità da dipendente tra gli imprenditori italiani non nasce da pigrizia, ma da un contesto che rende più comodo delegare le decisioni allo Stato che assumerle in prima persona. Una legge di bilancio che non alleggerisce davvero il fisco delle piccole imprese rafforza esattamente questa tendenza.
Le microimprese italiane, però, non possono permettersi di aspettare che la politica risolva il problema al loro posto, né di aspettare che cambi la legge di bilancio. Chi guida una piccola attività deve agire sulle variabili che controlla davvero. La prima è organizzativa: costruire finalmente una cultura della delega nelle piccole imprese libera tempo per concentrarsi su prezzi, prodotto e clienti, invece di perderlo in attività che un collaboratore o un consulente possono gestire meglio e a minor costo opportunità. La seconda è finanziaria: in un anno di incertezza su aliquote e scadenze, ha senso gestire la liquidità aziendale con la stessa disciplina con cui si gestirebbe un portafoglio diversificato tra azioni e obbligazioni, tenendo una riserva di cassa sufficiente ad assorbire un aumento di costi fiscali o contributivi senza dover rincorrere credito a condizioni svantaggiose.
La legge di bilancio del prossimo anno dirà molto sulle priorità reali del Paese, non sulle sue intenzioni dichiarate. Se le Regioni otterranno più fondi per la sanità e le microimprese italiane non otterranno nulla in cambio sul fronte fiscale, il messaggio implicito sarà che la crescita delle piccole imprese resta un obiettivo di facciata. Chi ha una partita IVA o una piccola società non deve subire passivamente questo esito: va mantenuta alta la pressione pubblica perché la semplificazione fiscale resti un capitolo vero della manovra, e nel frattempo va rafforzata ogni leva interna, delega, prezzi, riserve di liquidità, che non dipende da nessuna legge di bilancio.
La legge di bilancio non è un esercizio contabile neutro: è una scelta di priorità, e quando il piatto è lo stesso di sempre mentre le richieste di sanità crescono, a perdere posto nella coda sono quasi sempre le misure più piccole, meno visibili, meno capaci di mobilitare un consenso immediato, cioè quelle che riguardano chi ha un’impresa con pochi dipendenti o nessuno.
Le microimprese italiane, però, non possono permettersi di aspettare che la politica risolva il problema al loro posto, né di aspettare che cambi la legge di bilancio.
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