Il tour nella fabbrica di Campari Group racconta come un infuso nato nell'Ottocento sia diventato un marchio da un miliardo di spritz l'anno, con lezioni di delega e branding per le PMI italiane.
Un infuso nato nell’Ottocento oggi finisce in più di un miliardo di bicchieri di spritz ogni anno. Non è un modo di dire: è quello che racconta la fabbrica di Campari Group, visitata per la prima volta da una telecamera di YouTube e mostrata al pubblico attraverso la storia di marchi come Aperol, Campari e Crodino. Per chi guida una piccola o media impresa italiana, questo colosso delle bevande è un caso di scuola su come si passa da un prodotto artigianale a un marchio globale senza perdere l’anima.
Campari Group non è nato come multinazionale. È nato come un’idea semplice: un infuso di erbe e scorze che doveva avere un gusto riconoscibile, ripetibile, capace di piacere a Milano come a Milwaukee. La storia del gruppo, raccontata fin dalle prime battute del reportage, è quella di una crescita costruita nel corso di molti decenni.
Da un infuso segreto a un colosso da un miliardo di spritz
Tutto parte dalla cantina, il luogo dove nasce l’infuso: la base aromatica che dà identità al prodotto prima ancora che diventi bottiglia. È un dettaglio che vale la pena notare per chi fa impresa: il vantaggio competitivo di Campari Group non sta in un macchinario o in un brevetto, ma in una formula che pochissime persone conoscono e che viene tramandata con grande cura.
Per un piccolo imprenditore italiano la lezione è diretta. Il «segreto» che fa la differenza raramente è un algoritmo complicato: è spesso una competenza artigianale, protetta e trasmessa internamente, che nessun concorrente può copiare da un giorno all’altro.
Il marchio vale più della ricetta?
Nella parte dedicata al brand, con Andrea Neri, il reportage mostra quanto lavoro ci sia dietro un’etichetta che sembra sempre uguale da generazioni. Aperol, Campari e Crodino sono prodotti diversi per gusto e pubblico, ma condividono una coerenza visiva e narrativa che li rende immediatamente riconoscibili in qualsiasi bar del mondo.
Questa coerenza non è un vezzo estetico: è ciò che permette a un’azienda di espandersi in decine di paesi senza dover reinventare la propria identità ogni volta. Per una PMI che guarda ai mercati europei, è un promemoria utile: il brand regge il peso della crescita solo se resta stabile mentre tutto il resto si moltiplica.
Dalla cantina alla catena di montaggio: il problema della delega
Il passaggio più interessante del racconto è quello tra la cantina artigianale e le linee di imbottigliamento industriale. Produrre un infuso in piccole quantità è un’arte; produrne abbastanza per riempire oltre un miliardo di spritz all’anno è un problema organizzativo enorme, che nessun singolo fondatore può gestire da solo.
È esattamente il nodo su cui si bloccano molte micro e piccole imprese italiane, abituate a un titolare che controlla ogni fase del lavoro. Ne abbiamo scritto parlando della cultura della delega nelle piccole imprese italiane: senza una struttura che si fida dei propri responsabili, la crescita si ferma al soffitto della capacità del titolare.
Lo stesso vale per chi, salendo di livello, continua a comportarsi come se fosse ancora da solo al banco: abbiamo raccontato cosa succede quando un leader risponde a troppe domande operative invece di lasciare che il laboratorio qualità, il reparto imbottigliamento o il magazzino lavorino secondo procedure chiare. Un gruppo delle dimensioni di Campari difficilmente potrebbe funzionare se un solo uomo dovesse approvare ogni bottiglia.
Lo spritz perfetto è una formula, non un’improvvisazione
Un altro passaggio del reportage racconta come si prepara «lo spritz perfetto»: dosi precise, gesti ripetibili, uno standard che un bartender a Roma e uno a Berlino possono seguire allo stesso modo. È la stessa logica del laboratorio qualità mostrato poco prima, dove ogni lotto viene controllato prima di arrivare sugli scaffali.
Standardizzare non significa uccidere la creatività: significa costruire una base affidabile su cui il resto del business può crescere senza sorprese. Molte PMI italiane faticano proprio qui, perché considerano le procedure scritte una perdita di tempo riservata alle grandi aziende, mentre sono spesso ciò che distingue un’attività che può scalare da una che resta per sempre legata alle mani del suo fondatore. Chi si riconosce in questo schema può trovare spunti nel nostro articolo sulla mentalità da dipendente di tanti imprenditori italiani, che spiega perché delegare un metodo fa più paura che delegare un compito.
Il mondo beve lo spritz, ma non ovunque allo stesso modo
Il reportage dedica spazio anche ai trend di consumo nel mondo: mercati diversi che chiedono varianti diverse dello stesso concetto, dallo spritz classico alle versioni analcoliche come Crodino. Avere più marchi complementari, ciascuno con il proprio pubblico, riduce il rischio di dipendere da un’unica moda passeggera.
È un principio che somiglia, per chi si occupa di finanza personale, alla logica della diversificazione spiegata nel nostro articolo sul portafoglio diversificato e il peso dei tassi d’interesse: non si punta tutto su un solo prodotto o un solo mercato, ma si costruisce un paniere che tiene anche se una singola componente perde slancio. Allo stesso tempo, nei mercati più competitivi la pressione sui prezzi resta forte, come raccontiamo a proposito della guerra dei prezzi che colpisce le microimprese italiane: anche un colosso dei consumi deve difendere il valore del proprio marchio senza farsi risucchiare in una competizione basata solo sul prezzo più basso.
Il patrimonio invisibile: l’archivio storico e l’arte Campari
Verso la fine della visita, le telecamere entrano nell’archivio storico e nella collezione d’arte legata al marchio. Non è un museo fine a se stesso: è la prova visiva di una storia lunga più di un secolo, usata ancora oggi per raccontare al pubblico chi è davvero l’azienda dietro l’etichetta.
Per una PMI italiana, spesso più giovane e meno patrimonializzata, il parallelo non è nella quantità di cimeli, ma nell’atteggiamento: conservare la propria storia, i propri materiali, le proprie prime campagne, costruisce nel tempo un capitale di credibilità che nessun concorrente appena arrivato sul mercato può comprare.
Cosa possono imparare gli imprenditori italiani da Campari Group?
L’intervista finale al CEO Simon Hunt chiude il racconto riportando tutto al livello della guida dell’azienda.
La lezione più grande per chi fa impresa in Italia non riguarda le bollicine né l’aperitivo: riguarda la disciplina di proteggere ciò che rende unico un prodotto mentre si costruisce la struttura capace di farlo arrivare a milioni di persone. Campari Group ci è arrivato in oltre un secolo; una piccola impresa può iniziare oggi, un passo alla volta, delegando con metodo e proteggendo con cura il proprio «infuso segreto», qualunque esso sia.
È un dettaglio che vale la pena notare per chi fa impresa: il vantaggio competitivo di Campari Group non sta in un macchinario o in un brevetto, ma in una formula che pochissime persone conoscono e che viene tramandata con grande cura.
Un gruppo delle dimensioni di Campari difficilmente potrebbe funzionare se un solo uomo dovesse approvare ogni bottiglia.

Fonti
- Dentro CAMPARI 🍸 La fabbrica da 1 MILIARDO di spritz l'anno — Marcello Ascani — Video reportage all'interno della fabbrica del Gruppo Campari, pubblicato il 27 settembre 2026.
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